Africa, una seconda vita

La storia di Giuseppina Maccari che, salvando la vita di 15 bambini africani, ha cambiato per sempre il suo e il loro futuro. Il racconto di una seconda vita, una rinascita, una goccia nell'oceano.

LA MIA STORIA

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Mi chiamo Giuseppina Maccari e sono una donna con una bella storia da raccontare. Una storia, per certi versi difficile ma piena di determinazione e amore. Amore per i bambini africani che, inconsapevoli di loro, sono diventati la mia ragione di vita, la mia spinta piu' grande, il mio impegno piu' pressante. Incontrare il loro sguardo e la loro miseria mi ha letteralmente catapultato in un'impresa che sembrava impossibile.

Sono stato a Malindi per la prima volta nel 2009 a trascorrere con mia figlia quella che doveva essere una semplice vacanza. Dopo solo due giorni, il viaggio ha preso una svolta completamente diversa. La visita ad alcuni orfanotrofi ha provocato dentro di me un vero terremoto. Tornato in Italia, il pensiero di quei bambini ha cominciato a farmi male. Non riuscivo a pensare ad altro. Non so se quella fosse la classica malattia africana per me, so solo che continuavo a pensare a quei bambini.

Image by Tucker  Tangeman
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Cosi' ho deciso che dovevo tornare in Africa per fare qualcosa. Non e' stato facile, ho dovuto superare anche la diffidenza dei miei figli, che erano contrari a questo progetto perche', essendo io ipovedente, pensavano che fosse troppo per me. Ma non mi sono arreso perche' sentivo di non poter fare nient'altro. Cosi' sono tornato in Kenya in altre occasioni, visitando i villaggi interni, percorrendo migliaia di chilometri, arrivando anche in Somalia e Uganda. Ho portato con me riso, farina e fagioli cercando di aiutare quelle popolazioni. Ma la sensazione che tutto questo non bastasse non mi ha abbandonato. C'erano miriadi di bambini che vivevano in condizioni indicibili, abbandonati e, spesso, lasciati morire di qualche malattia oltre che di fame.

Da li', a un certo punto, la decisione di affittare una casa e accogliere alcuni di questi bambini. Adesso abbiamo 15 bambini. Faccio tutto il possibile per loro, li tolgo dalla strada e li iscrivo regolarmente a scuola. Adesso viviamo tutti insieme in questa casa famiglia. L'unicita' di questa storia e' data, tra l'altro, dal fatto che ho creato quasi tutto questo attingendo solo dalla mia pensione di invalidita'. I miei figli e i miei amici mi aiutano come possono, viste le difficolta' lavorative che devono affrontare. Cerco aiuto nella nostra casa in Kenya per portare avanti il mio progetto. Non posso arrendermi, altrimenti i bambini devono tornare a vivere in strada. Certamente non sara' facile anche perche' l'impegno per prendersi cura di questi bambini inizia alle 5.30 del mattino e dura fino alle 21.30 di sera. Ma non posso fare altrimenti perche' non posso fare così tanto con la mia pensione da sola.

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Ora sto cercando di organizzare alcuni progetti di beneficenza per raccogliere fondi grazie anche all'Associazione che ho fondato “Angels ONLUS” in Italia. L'ho creata proprio per dare una struttura formale a questo progetto e per dare trasparenza a chi vuole contribuire. L'amore per questi bambini e il fatto che abbiano avuto una vita non proprio facile mi ha spinto ad andare avanti. La mia famiglia era molto povera quindi so cosa vuol dire non poter unire il pranzo con la cena. E so anche molto bene cosa vuol dire essere collocato in un collegio, lontano dalla famiglia. Per questo sto facendo tutto questo, per dare aiuto ma anche calore a questi bambini. In alcuni momenti anche io mi chiedo come fare ad andare avanti, e mi faccio forza pensando a quanto fatto finora, nonostante tutte le difficolta'.

Il mio progetto ha la missione di strappare altri bambini dalla strada e dalla miseria. Questa e' una priorita', per farli uscire dalla strada con tutto cio' che comporta e per fornire loro una buona educazione. Questo e' l'aspetto a cui tengo di piu'. Anche per difendere la loro dignita' offesi dai tanti turisti che vengono qui, li fotografano come fossero trofei e poi se ne vanno. Senza fare nulla.

Image by Hanna Morris